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Le possibili conseguenze della violazione delle attuali misure disposte d’urgenza da Governo e Regioni.

In questo momento straordinario, volto ad arginare l’emergenza epidemiologica COVID-19, gli imprenditori, e così in genere i datori di lavoro, stanno subendo stringenti misure e limitazioni, dettate dall’alto, che impongono la chiusura di alcune attività e raccomandano l’attuazione di misure di lavoro e di protezione rese necessarie per la tutela della salute pubblica.

Stiamo così assistendo ad una stratificazione di norme d’urgenza, anche di diverso rango (legislative, governative e regionali), che vanno a limitare diritti e così le attività imprenditoriali e lavorative, tramite la chiusura o sospensione di alcune attività, commerciali, produttive ed industriali, e molte altre, ognuna con le proprie particolarità ed eccezioni.

Ma il punto che ci interessa in questa sede esaminare è il seguente:

  • quali sono le conseguenze per l’imprenditore-datore di lavoro che, nonostante i divieti, decida di lasciare aperta l’attività ex lege sospesa o chiusa?
  • E quali quelle per il datore che, seppur non subisca alcun provvedimento di sospensione o chiusura dell’attività, non segua le raccomandazioni ministeriali/regionali circa le misure e le precauzioni da adottare?

Sotto un primo più immediato profilo, quello della responsabilità penale e amministrativa per il mancato rispetto dei provvedimenti emanati da Governo e Regioni:

  • all’imprenditore/datore di lavoro fino a ieri poteva venir contestata la violazione dell’art. 650 codice penale, per inosservanza di un provvedimento dell’Autorità, ma con il Decreto Legge n. 19 del 25.03.2020 è stata disposta, in sostituzione della fattispecie penale citata, una sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000, irrogata dal Prefetto, e per alcune specifiche casistiche si applica altresì la sanzione amministrativa accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni. Rimane la responsabilità penale per le fattispecie più gravi, tra cui i delitti colposi contro la salute pubblica (di cui all’art. 452 codice penale), con possibile ulteriore applicazione della sanzione accessoria della temporanea interdizione dall’attività;
  • al lavoratore altrettanto potrebbe venir contestata la sanzione amministrativa prefettizia (non più dunque l’art. 650 c.p.) del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000.

Si osserva inoltre che un siffatto comportamento illecito posto in essere dal datore di lavoro potrebbe anche determinare un eventuale danno alla salute in capo ai dipendenti (così come a terzi), nel caso ad esempio dovessero contrarre il virus sul posto di lavoro (e si intende, ove fosse dimostrato, con tutte le difficoltà del caso).

In tale ultima evenienza, il datore ne sarebbe responsabile, sotto il profilo civile e penale, per violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

Il diritto alla salute è un diritto soggettivo assoluto e come tale è oggetto di ampissima tutela, da parte di norme costituzionali (art. 32 Costituzione), da disposizioni civilistiche (art. 2087 codice civile) e da norme penali (artt. 437, 451 c.p.), oltre che da numerose leggi speciali.

Le norme generali e quelle speciali che tutelano la salute del lavoratore (tra cui quelle indicate dal D.Lgs 81/2008, Testo Unico sulla tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro) impongono al datore di lavoro di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori.

In caso di danno alla salute dei dipendenti, per violazione della citata normativa, alla responsabilità civilistica che deriva in capo all’imprenditore (o a chi ricopre la qualifica di datore di lavoro ai sensi ai sensi del D.Lgs. n. 81/2008) può accompagnarsi, in concorso, la diversa responsabilità penale, per lesioni personali colpose gravi o gravissime, fino alla possibilità di imputazione di omicidio colposo in caso di decesso del lavoratore.

Non sono altrettanto da escludere possibili implicazioni anche sotto il profilo della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001, ove applicabile.

In questo momento la normativa in esame deve essere letta in maniera particolarmente stringente, alla luce dell’emergenza sanitaria in corso e dei connessi provvedimenti vigenti (come detto, Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Ordinanze Ministeriali e Ordinanza Regionali), oltre che delle specifiche raccomandazioni e misure, sempre poste a tutela della salute dei lavoratori, di cui al protocollo siglato il 14.03.2020 tra Governo e parti sociali (http://www.governo.it/sites/new.governo.it/files/protocollo_condiviso_20200314.pdf).

E dunque i datori di lavoro, per evitare le citate responsabilità, oltre ad attenersi scrupolosamente a quanto disposto, caso per caso, dai provvedimenti governativi e regionali vigenti, dovrebbero altresì porre in essere tutte quelle particolari misure straordinarie a garanzia della tutela della salubrità dell’ambiente di lavoro e della salute dei lavoratori, consultandosi con il Medico Competente (nominato ai sensi dell’art. 38 e ss. D.Lgs. 81/2008), rafforzando le indicazioni igieniche già applicate in azienda ed attuando piani di intervento specifici, redatti in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione (istituito ai sensi dell’art. 31 e ss. D. Lgs. 81/2008).

Articolo aggiornato al 26.03.2020, ore 10.00              

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